Una impresa su quattro torna in salute dopo aver attraversato un duro periodo di crisi, le altre lottano per almeno due anni….

Milano Finanza. 12 Maggio 2018.

Una impresa su quattro riesce a tornare in bonis dopo aver affrontato un periodo di crisi e di assenza di liquidità, ma questo in genere accade solo se l’azienda riesce a trovare nuova finanza
che viene iniettata da soggetti che decidono di assisterla perché ne valutano le potenzialità di recupero al di là della mera analisi del rating di merito di credito. Un approccio, questo, che di
norma non è tipico delle banche, ma di investitori specializzati nel cosiddetto turnaround aziendale, che passa sì dal riequilibrio della situazione finanziaria, ma anche dal rilancio del
business e da un aggiustamento della strategia industriale, spesso grazie all’inserimento di nuovi manager.

Uno studio condotto da Leanus per BeBeez su campione di 2903 Imprese con ricavi maggiori di un milione di euro che avevano depositato il bilancio 2014 con un patrimonio netto negativo dimostra che il 55% di quelle imprese (cioè 1671 imprese) era ancora attiva dopo due anni, cioè a fine 2016, e di queste imprese attive, il 43% era tornato in bonis, il 12% aveva migliorato la sua situazione seppur mantenendo forti segnali di crisi e il restante 45% era sopravvissuto, ma con un profilo di rischio fortemente compromesso. Dell’altro 45% delle 2903 aziende che a fine 2014 avevano patrimonio netto negativo, 83 risultavano in liquidazione a fine 2016, mentre le altre 1228 a oggi non hanno ancora depositato il bilancio 2016, segnale questo che probabilmente si tratta di aziende che hanno avuto dei problemi e che potrebbero quindi non avercela fatta a due anni dall’evidenza di patrimonio netto negativo. In ogni caso, delle 83 imprese in liquidazione nel 2016, solo tre risultano sono andate in default nei successivi 14 mesi (gennaio 2017-febbraio
2018).

Guardando ai dati, quindi, la sorpresa positiva è che c’è una buona fetta di imprese che alla fine ce la fa a rimettersi in piedi, nonostante il fatto che a un certo punto si trovi a chiudere il bilancio con patrimonio netto negativo, segnale inequivocabile dello stato di crisi che si verifica quando le perdite economiche riducono progressivamente le disponibilità patrimoniali (date dalla somma di capitale sociale, riserve e utili) ad azzerarle e addirittura a renderle negative. Tale condizione è come noto regolata dal codice civile, che impone agli amministratori interventi “senza indugio” finalizzati alla ricostituzione del capitale e alla gestione crisi (artt 2446 e 2447).
h3. Di fronte a tale fotografia si divide il mercato degli operatori della finanza.

Da una parte coloro che ritengono troppo rischioso approcciare un segmento che presenta tassi di default di circa il 50% a due anni; dall’altra coloro che considerano come una grande opportunità quella di poter fare business su un segmento con basso o nullo potere negoziale, disposto, pur di ottenere la finanza necessaria a supportare il piano di rilancio, ad accettare le condizioni commerciali eventualmente proposte.

D’altra parte è evidente che* il solo impiego della tecnologia e degli modelli di scoring più sofisticati, senza un adeguato ricorso al fattore umano* come elemento determinante del processo di valutazione, può condurre a distorsioni e interpretazioni del mercato addirittura dannosi per l’intero sistema e per il rilancio dell’economia. Infatti, rimanendo all’analisi, a fronte di 3 imprese effettivamente andate in default (a cui vanno aggiunte le 1228 che non hanno ancora reso disponibile il bilancio e pertanto potrebbero aver mantenuto lo stato di crisi), ben 1311 sarebbero automaticamente escluse da tutti i principali sistemi automatici di scoring per evidenti e significativi segnali di crisi, precludendo a priori qualsiasi possibilità di accesso al credito per via del sistema automatico di valutazione. Per non parlare delle 566 imprese tornate in bonis nel 2016 e dotate di un profilo di rischio ottimo, buono o discreto e che invece, sulla base dei dati a fine 2014, sarebbero state a loro volta delistate dal gruppo di aziende “bancabili”.

Analoghi sistemi di valutazione gestiti dalle singole banche centrali nazionali sono presenti anche in altri sette Paesi dell’Unione monetaria (Austria, Belgio, Francia, Germania, Slovenia, Spagna e Portogallo).

La componente statistica si basa su modelli logistici di analisi discriminante e utilizza indicatori di tipo andamentale, rilevabili dalla Centrale rischi, e indicatori di bilancio, al fine di produrre, con cadenza mensile, rating individuali per le società non finanziarie italiane. Il modulo statistico tratta imprese non finanziarie segnalate in Centrale rischi, aventi almeno una esposizione superiore a 30mila euro.

Nello stadio dell’Expert System, gli analisti hanno invece il compito di rivedere il rating automatico delle imprese i cui crediti possono essere assegnati come garanzia dell’Eurosistema. Essi possono apportare correttivi sulla base di informazioni quali-quantitative aggiuntive non colte direttamente dal modello statistico pervenendo, così, a un giudizio finale. Fra gli elementi valutati in questa fase vi sono, ad esempio, approfondimenti sull’analisi di bilancio; valutazione della financial flexibility e della capacità di autofinanziamento dell’impresa; analisi del gruppo di appartenenza e dei risultati consolidati; studio del settore di appartenenza e dei rischi peculiari del business; informazioni sulla corporate governance e il management e qualunque altra notizia rilevante che riguardi la società valutata.

Insomma, un approccio ben diverso da quello più tradizionale e molto più vicino a quello adottato da operatori specializzati di private equity e specificamente di turnaround.

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